Morti e feriti per razziare convogli umanitari

200 morti e decine di feriti negli scontri tra i ribelli del Movimento di Liberazione Sudanese (SLA) e il Movimento di Giustizia ed Eguaglianza (JEM). All’origine del conflitto il controllo sul passaggio dei convogli delle organizzazioni umanitarie.

L’agenzia egiziana Mena ha diffuso ieri notizia di scontri a fuoco tra i movimenti in guerra contro il governo centrale di Khartoum. Sarebbe rimasto ferito anche il leader dell’MLS, Monai Aarchoi Manaw. Motivo scatenante sarebbe la decisione dell’MLS di assumere il totale controllo del “business” umanitario nell’area di Jabal Mora, nel sud del Darfur.

La notizia dovrebbe suonare come campanello d’allarme per gli attori internazionali, multilaterali, bilaterali e non-governativi, che stanno facendo pressioni per l’apertura dei confini nazionali ad operazioni militari e umanitarie. Il rischio di un’errata strategia di intervento (si ricordi il fallimento Somalo) sta recentemente frenando l’impetuosita’ espressa da alcuni governi occidentali.

A contribuire a una presunta riabilitazione del regime, proprio ieri a Khartoum si e’ svolta una manifestazione in cui centinaia di donne sudanesi hanno manifestato a favore del governo centrale, affermando che non ci sono motivi per un intervento armato in Darfur.

Foto: UNICEFIn una lettera consegnata all’ufficio delle Nazioni Unite, le manifestanti hanno dichiarato che “la crisi nel Darfur e’ un problema interno al Sudan e deve essere risolto dai sudanesi”.

Parallelamente, forse a giustificare il sostegno dei manifestanti, il regime ha liberato sette membri dell’opposizione, in carcere da piu’ di tre mesi. Settanta membri del partito del Congresso Popolare sono stati arrestati il 31 marzo, accusati di complottare per rovesciare il presente governo.

Il summit dell’Unione Africana

Ha usato toni identici, ma concetti diversi, l’inviato nigeriano dell’Unione Africana che ha descritto la guerra civile in Darfur come un problema solo africano: “La crisi nel Darfur e’ una questione puramente africana che deve essere risolta solo dall’UA”, ha dichiarato a giornali sudanesi dopo il breve summit tenutosi ieri, mercoledi 28.

Al termine dell’incontro, l’UA ha inoltre deciso di trasformare, se necessario, il corpo di spedizione militare di 300 uomini, in procinto di partire con compiti di protezione degli osservatori dell’UA, in una vera e propria forza di peace-keeping in grado di partecipare attivamente al disarmo dei guerriglieri Janjweed. Proprio ieri, l’agenzia AFP ha riportato notizia di razzie dei Janjaweed al di la’ del confine con il Chad, in aperta violazione del cessate-il-fuoco firmato ad aprile.

Tutto chiuso a Gaza: l’ incubo di migliaia di Palestinesi continua

Elicotteri nei cieli di Rafah (Foto USAF)Sono ormai più di due settimane che circa 2,500 Palestinesi sono bloccati al valico di Rafah, Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto, aspettando di poter far ritorno a casa. Il governo israeliano ha deciso la chiusura del valico sulla base di “motivi di sicurezza”, temendo imminenti attacchi terroristici da parte di militanti estremisti palestinesi.

Intanto la situazione è divenuta da un punto di vista umanitario gravissima. La maggior parte dei Palestinesi fermi al valico di Rafah è costituita da donne, anziani e bambini, molti di loro di ritorno da interventi chirurgici eseguiti in Egitto e in condizioni di salute ancora precarie.

Da circa due settimane sono accampati in tende o altri alloggi di fortuna sul versante egiziano, con a disposizione soltanto otto servizi, la BBC riporta.

Organizzazioni umanitarie, sia palestinesi che israeliane, si sono mobilitate chiedendo alle autorità israeliane la immediata riapertura del valico e il rifornimento, da parte dell’esercito israeliano, di viveri e di altri aiuti umanitari necessari per alleviare le attuali disumane condizioni. Un appello sulla vicenda è stato altresì presentato alla Corte Suprema Israeliana.

Finora il governo israeliano ha dichiarato di essere disponibile ad aprire un valico sostitutivo, lasciando però passare non piu’ di 250 Palestinesi al giorno.

L’Autorità Nazionale Palestinese ha però seccamente rifiutato, ritenendo la proposta inadeguata e sostenendo altresì il pieno diritto della gente palestinese a fare ritorno nella propria terra secondo i normali transiti.

Intanto nuove operazioni militari, allo scopo di distruggere presunti tunnel scavati per il contrabbando di armi con l’Egitto, sono state effettuate dall’esercito israeliano a Gaza. Circa 18 edifici sono stati rasi al suolo da bulldozer israeliani entrati nel campo profughi di Rafah, costringendo molte famiglie ad abbandonare le proprie case, Haaretz scrive.

Nella giornata di ieri due militanti palestinesi, mentre erano in macchina nei pressi di Rafah, sono stati uccisi da un missile sganciato da un elicottero israeliano. I due appartenevano ad Abu al-Rish Brigadas, un piccolo gruppo armato fuoriuscito da Al-Fatah, che il 17 Luglio scorso aveva rivendicato il sequestro di quattro “aid workers” francesi, poi rilasciati, a Khan Yunis, sud di Gaza.

Appena qualche ora prima, soldati israeliani avevano colpito a morte durante un conflitto a fuoco, Zair al Ashkar, considerato il leader dell’ala militare del movimento Jihad Islamica nella zona di Tulkarm, nord West Bank, lo riferisce la BBC.

Nei giorni scorsi, infine, una bambina palestinese di 12 anni, Sara Mahmoud Zorob, era rimasta vittima del fuoco israeliano nella cittadina di Khan Yunis (Striscia di Gaza), mentre giocava con altre coetanee nel cortile di casa.

Secondo quanto riportato da Haaretz, la bambina sarebbe stata colpita da un proiettile partito da una torre di controllo israeliana dopo che i soldati avevano aperto il fuoco temendo che due militanti palestinesi stessero infiltrandosi nell’insediamento israeliano di Netzer Hazani.

Stillicidio continuo in Kashmir: decapitata una donna

Una donna è stata decapitata e la sua testa appesa ad un albero. L’agghiacciante episodio – secondo quanto hanno reso noto fonti di polizia citate dalla France Press – è accaduto a Tral, cittadina a circa 25km dalla capitale regionale Srinagar.

Fortemente sospettati per l’episodio sono, sempre secondo la polizia locale, i ribelli islamici che imperversano nella zona.

Al momento pero’ nessuno di questi gruppi ha rivendicato l’uccisione.

E mentre proseguono le indagini su questo efferato delitto, non si placano le violenze nella travagliata regione contesa tra India e Pakistan.

Le forze di sicurezza del governo del Kashmir indiano rendono noto che un militante filo-governativo è stato uccciso da colpi d’arma da fuoco nel distretto di Anantnag, mentre poco piu’ a sud si registra l’uccisione di un civile.

Un militare di pattuglia nel distretto del Poonch ( Foto: Daily Times Pakistan)

Anche dai distretti del Poonch e di Kupwara arrivano notizie di scontri e uccisioni: nei rapporti della polizia locale – citati dalla AFP – si rende noto che le truppe indiane hanno ucciso tre militanti ribelli in due separati scontri a fuoco.
Ci sarebbe almeno un civile morto a causa del fuoco incrociato tra polizia e ribelli.

Il quotidiano Kashmir Times riporta un’altra lista di fatti di sangue accaduti negli ultimi due giorni, nei quali hanno perso la vita almeno tre persone e molte altre sono rimaste ferite.
La fonte citata è ancora una volta la polizia locale: come spesso accade in questa lunga guerra, non ci sono osservatori realmente indipendenti sul campo.

In uno di questi episodi, secondo il racconto fatto dai poliziotti, alcuni ribelli hanno fatto irruzione nella casa di un civile filo-governativo a Kaddar, nel distretto di Anantnag.
Gli uomini armati entrati nella casa hanno fatto fuoco su tutto cio’ che si muovesse, uccidendo il proprietario dell’abitazione.

Ingenti sequestri di armi

Le forze di sicurezza del governo del Jammu e Kashmir hanno reso noto che grosse quantità di armi e munizioni sono state sequestrate nel corso di diverse operazioni svoltesi nelle ultime 24 ore.

Un uomo, sospettato di appartenere al gruppo Jaish-e-Mohammed (JEM) è stato arrestato e durante l’arresto sono state rinvenute grosse quantità di armi.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Kashmir Times, tra le armi sequestrate in un’azione di polizia compiuta nel villaggio di Pir Bhara, ci sono bombe da mortaio da 60mm e due magazzini pieni di fucili mitragliatori Ak-47.
Le autorità riferiscono che questi sequestri sono da ricondurre alle ricerche in corso per arrestare Nazakat Hussain, uno dei maggiori esponenti del gruppo separatista JEM.
Si ritiene che Nazkat abbia costituito una vera e propria rete di distribuzione di armi sul territorio Kashmiro.

Secondo le forze di sicurezza, il rinvenimento di proiettili da mortaio e UBGL dimostra che il JEM stava pianificando attacchi in grande stile contro installazioni militari o obiettivi civili.

La diga della discordia

L’India e il Pakistan tenteranno per l’ennesima volta di appianare le divisioni su una annosa e importante questione: il “Wullar Barrage”.

Giovedì scorso ha avuto inizio a New Delhi un incontro che vedeva protagonisti 10 rappresentanti del governo indiano e una delegazione Pakistana.
Il motivo del contendere è il controverso progetto indiano – noto sotto il nome di “Wullar Barrage” che riguarda le acque del fiume Jhelum, situato nella regione del Jammu e Kashmir.

Il progetto è vecchio di 20 anni: in pratica consiste nella costruzione da parte dell’India di una diga e nell’avvio di un sistema di navigazione sul fiume Jhelum.
Il Pakistan però ha sempre fatto forti opposizioni al piano, sostenendo che esso viola l’ “Indus Water Treaty ” , cioè il trattato che regola la gestione delle acque comuni tra le due grandi potenze nucleari asiatiche.

Come fa notare un articolo del Kashmir Times, Il timore espresso dai pakistani è sempre stato quello di vedere impoverita la capacità idrica della parte pakistana del fiume, fatto che causerebbe grossi danni all’agricoltura e a altre attività.
In pratica, il Pakistan sostiene che l’India voglia di fatto dirottare e sottrarre una parte delle acque del fiume in barba agli accordi presi in passato.

Non si ha ancora nessuna notizia sui risultati dell’incontro. Al di là delle buone parole di introduzione di cui i politici non sono mai avari, la questione continua a restare molto delicata.

Il “Wullar Barrage” rimane uno dei tanti punti di frizione , raramente messi in evidenza dalla stampa internazionale, che contribuiscono a fare del conflitto Kashmiro un vero e proprio rebus politico-diplomatico.